Musei e territorio

L’entroterra di Bibione è costituito da un insieme di realtà collegate fra loro che consentono di vivere un’esperienza di vacanza completa, in cui spiaggia e mare sono i primi di una lunga serie di interessi.

Costa ed entroterra si muovono in sinergia per offrire ai visitatori nuove esperienze ed opportunità. Cosa troverai in questo territorio? Piccoli centri storici, musei, siti archeologici, ambienti naturali, un sistema di imprese agricole in cui potrai degustare i prodotti tipici di queste zone.

Ciò che ancor più valorizza il territorio è la scelta della fruizione lenta, è così che la città e suoi dintorni non vengono percepiti come separati ma piuttosto come un unicum.

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È allestito presso la Torre di Sant’Agnese, una tra le strutture più antiche della Portogruaro medievale, nel Centro Storico di Portogruaro. Inaugurato nel 1999, il Museo della Città consente di ricostruire la storia cittadina a partire dal XII secolo fino al Novecento, mettendo in luce e approfondendo attraverso i reperti ivi catalogati i vari aspetti della vita quotidiana pubblica, privata, civile e religiosa della città.
Il patrimonio storico e artistico conservato al suo interno proviene dal Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro.
L’allestimento museale, articolato secondo un percorso cronologico, consente di ricostruire la storia cittadina a partire dal XII secolo fino al Novecento mettendo in luce e approfondendo attraverso i preziosi reperti i vari aspetti della vita quotidiana pubblica, privata, civile e religiosa della città. Spade, pugnali, utensili in bronzo e ferro e sigilli vescovili costituiscono il nucleo di oggetti più antichi e testimoniano scontri sanguinosi tra fazioni, mestieri quotidiani e la presenza dell’autorità del vescovo di Concordia, figura significativa nei primi secoli della storia della città.
I sigilli e le commissioni ducali ricordano la vocazione mercantile di una città sviluppatasi dalla metà del X secolo sulle sponde del fiume Lemene e l’importanza strategica di Portogruaro per la Serenissima. Numerosi stemmi lapidei di nobili famiglie portogruaresi, spesso di provenienza veneziana, richiamano alla mente le maestose dimore gotiche e rinascimentali che ancor oggi si specchiano sulle acque del fiume. Statue, patere, iscrizioni lapidee attestano l’esistenza di edifici perduti nel corso dei secoli quali la chiesa di S. Lazzaro, il convento di San Francesco e il cimitero ebraico. Le ceramiche, tra le quali si distinguono brocche e vasi prodotti dalle celebri manifatture Cozzi di Venezia e Antonio Bon di Bassano, e raffinati vetri rievocano lo splendore e le mode del Settecento.
Numerose opere a stampa del XIX e XX secolo citano importanti figure del mondo letterario, culturale e politico portogruarese; una stampa con il ritratto di Quintino Sella, che lo ricorda come membro dell’Accademia dei Lincei nel 1877, ci riporta agli anni dell’annessione del nostro territorio al Regno d’Italia, dopo le lotte risorgimentali: Quintino Sella, ministro delle finanze, fu infatti il primo ad assumere come Regio Commissario l’incarico di amministrare la città di Portogruaro ed il relativo Distretto dopo l’Unità.
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L’antica chiesa di Fossalta, fondata intorno all’anno 1000, viene demolita nel 1893. La nuova chiesa è progettata nel 1892 dall’ingegner Federico Berchet, al quale subentra successivamente l’architetto Domenico Rupolo, che porta a termine i lavori.
Il “domo de Fossalta” trova compimento nel 1896. Rimangono ancora molti lavori da terminare e negli anni i due grandi altari marmorei della Beata Vergine della Cintura e di San Biagio e l’altare trovano collocazione nei transetti laterali.
Con la realizzazione del nuovo altare maggiore, disegnato dallo stesso Rupolo, si completa il coro con i catino absidale, esattamente sopra al canale Lugugnana, e si costruiscono le due sacrestie laterali.


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Il complesso conventuale dei Domenicani arriva in mani private nel XIX secolo, acquistato a lotti da famiglie che ne perpetuano il nome: Palazzo Marzin, Palazzo Mainardi, Palazzo Cecchini.
Interessanti sono gli affreschi ottocenteschi che ornano gli interni di Palazzo Cecchini, con episodi che spaziano da scene allegoriche e patriottiche, a grottesche e paesaggi dal sapore pompeiano e neogotico.

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La Basilica Apostolorum Maior, sotto l’attuale cattedrale, fa parte della complessa area archeologica di piazza Costantini. Essa viene eretta sopra i resti di magazzini con annessi abitativi del I secolo D.C. per accogliere e custodire reliquie di alcuni Santi cristiani.

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Il Museo viene denominato Museo Nazionale Concordiese per sottolineare lo stretto rapporto con la vicina zona archeologica di Concordia Sagittaria. Alla direzione viene chiamato Dario Bertolini, che provvede alla prima sistemazione del materiale archeologico nell’edificio.
La gran parte dei materiali si riferisce ai reperti scoperti tra il 1873 e il 1882 nella vasta area archeologica di Concordia Sagittaria; su tutti il sepolcreto tardo antico di epoca romana.

Info e orari: https://polomusealeveneto.beniculturali.it/musei/museo-nazionale-concordiese-di-portogruaro-e-area-archeologica-di-concordia-sagittaria
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Viene costruita intorno alla metà del XII secolo, e anticamente si chiama porta del Bando e poi di S. Lazzaro, dall’omonimo ospizio per i lebbrosi che sorge fin dal 1203 nell’attuale via Zappetti. Viene ristrutturata nel 1555-56 dal podestà Girolamo Zorzi, come ricorda l’iscrizione sopra la porta.

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Una prima cinta muraria dell’Abbazia è realizzata a partire dal X secolo, dopo le devastazioni operate dagli ungari. La facciata è dominata da un affresco rappresentante un leone di San Marco, risalente alla fine del Quattrocento.

Sotto a questo vi è un bassorilievo con lo stemma del cardinale Grinami e a sinistra si trova l’affresco dov’è ripetuto lo stemma Grimani e a destra vi è l’affresco di uno stemma con croce, di cui si ignora il proprietario.

Oltre la torre d’ingresso si accede all’ampio cortile, recentemente pavimentato, sul quale si affacciano tutti gli edifici principali del complesso abbaziale. Qui è posto il campanile, costruito in mattoni.




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È progettata dall’architetto Balestra e rimane di proprietà della famiglia Mocenigo fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, passando poi ai Mayer di Trieste, ai Sinigallia e ai Gandolfi.
Alla sinistra dell’ingresso s’innalza l’alta costruzione della pila per il riso, alimentata dalla forza motrice di una ruota posta su un canaletto artificiale ed ora in disuso.
Oggi il complesso è di proprietà dell’ATER, che lo ha restaurato radicalmente, adibendolo a residenza privata.

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Lungo la sponda destra del fiume Tagliamento, di fronte specularmente al centro storico di Latisana, esiste, immersa nella maestosa vegetazione di un parco secolare, Villa Mocenigo – ora Biaggini-Ivancich, anzi, ciò che rimane dell’intero complesso dopo i bombardamenti e le devastazioni dell’ultimo conflitto mondiale, aggravati poi dal terremoto del 1976.
Il complesso è sorto in prossimità di un porto fluviale sul Tagliamento, verso la fine del XVI secolo, per volere dei Mocenigo, famiglia nobile veneziana.

Alla villa padronale, inizialmente costruita per ospitare i Mocenigo, furono aggiunte successivamente altre costruzioni erette nel parco, per ospitare gli attrezzi e il raccolto dei campi, oltre ai bachi da seta, nonché il personale addetto ai diversi servizi, alla manutenzione e all’amministrazione dei terreni agricoli della famiglia.

Nella seconda metà del secolo scorso, con la famiglia Ivancich, la villa diventa un polo culturale molto importante, ospitando scrittori di rilievo internazionale, quali Ezra Pound ed Ernest Hemingway, che scrisse del fiume Tagliamento e fu ispirato dalle sue frequentazioni con Adriana Ivancich.

Durante la Prima Guerra Mondiale l’edificio fu trasformato in ospedale da campo, durante il secondo conflitto invece la villa subì gravissimi danni a causa dei numerosi bombardamenti susseguitisi tra il 1944 al 1945, che rasero al suolo l’intero centro abitato.

La dimora signorile veniva chiamata Il Palazzo Rosso per il suo colore, poi cambiato in seguito all’applicazione del marmorino bianco. La villa si sviluppava in tre piani con forma quadrangolare, secondo lo schema di molti palazzi veneziani.
Una cancellata immette dal parco in un lungo e suggestivo viale. Il parco secolare è molto grande ed ospita numerose varietà di piante, le statue in pietra d’Istria rimaste sono otto, rappresentano le quattro stagioni e le virtù.

E' possibile visitare i resti della villa e il suo parco, nell'ambito della visita guidata gratuita nell'itinerario storico-culturale "Le Guerre del '900" -> GIOVEDÌ da Giugno a Settembre alle ore 17.00. DOMENICA da Ottobre a Maggio alle ore 10.30.
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: entro le ore 13.00 del mercoledì precedente, presso:
- UFFICIO I.A.T. (Bibione Via Maja 84 – 0431 444846 – iat@comunesanmichele.it)
- UFFICIO TURISMO DEL COMUNE (S. Michele al T. Piazza della Libertà 2 – 0431 516130/133 – turismo@comunesanmichele.it)
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L’edificazione avviene nel 1592, e risponde al volere di monsignor Matteo Sanudi, marchese di Cordovado, che accoglie la richiesta di una donna, e più in generale della comunità del posto, la quale è protagonista di un evento straordinario e miracoloso: l’apparizione della Madonna, che chiede l’edificazione di una chiesa a essa dedicata.
Il Santuario è completato nel 1602 e consacrato il primo maggio dell’anno successivo. La fama delle grazie e dei miracoli si estende oltre i confini del Veneto, estendendosi sino all’Austria, da cui arrivano in pellegrinaggio decine di fedeli.
Sull’altare maggiore viene sistemata un’immagine della Madonna di Andrea Bortolotti detto il Brunello.









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È una galleria continua, open space. Situata nei pressi dei Molini, è uno spazio fisico molto piccolo e intimo. Qui si innescano progetti e influenze continue, con installazioni e dipinti di natura varia. Gestita dall’Associazione Culturale Porto dei Benandanti.


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Inserimento su un basamento ottagonale, attiguo al Palazzo Municipale, sorge l’antico pozzetto delle gru, simbolo di Portogruaro. La vera da pozzo è opera di Giovanni Antonio Pilacorte, che la realizza nel 1494. Le due gru sono opera dello scultore portogruarese Valentino Turchetto, che le realizza nel 1928.
Le precedenti gru sono state asportate durante l’invasione austriaca del 1917 per farne cannoni.


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Viene fondata nel 730-735. Nell’899 gli ungari la saccheggiano ma l’Abbazia Santa Maria risorge e nel X secolo viene fortificata. Nel 967 l’imperatore Ottone I dona l’abbazia a Rodoaldo, Patriarca di Aquileia.
Dal 1441 al 1786 l’abbazia diventa commenda e nel 1818 la giurisdizione religiosa torna alla diocesi di Concordia e, infine, l’abbazia viene ristabilita nel 1921.
Una prima cinta muraria è realizzata a partire dal X secolo, dopo le devastazioni operate dagli ungari. La facciata è dominata da un affresco rappresentante un leone di San Marco, risalente alla fine del Quattrocento; sotto a questo vi è un bassorilievo con lo stemma del cardinale Grimani e a sinistra si trova l’affresco dov’è ripetuto lo stemma Grimani e a destra vi è l’affresco di uno stemma con croce, di cui si ignora il proprietario.
Oltre la torre d’ingresso si accede all’ampio cortile, recentemente pavimentato, sul quale si affacciano tutti gli edifici principali del complesso abbaziale. Qui è posto il campanile, costruito in mattoni. 


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La costruzione di Porta S.Agnese risale al XII secolo. È di proprietà del Comune di Portogruaro. Vari restauri vengono effettuati nel corso della storia, a partire dal XVI secolo, quando il podestà Girolamo Zorzi provvede a far pavimentare dalla torre fino al palazzo vescovile.

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La Chiesa di San Marco Evangelista è ubicata a Corbolone, frazione di San Stino di Livenza. Essa è uno scrigno ricco di preziosissime opere artistiche. La prima pietra è datata 29 maggio 1514 e prevede l’inglobamento dell’antica cappella dell’Annunciata, edificata dalla omonima confraternita già nel 1459.
La pianta della chiesa è a forma rettangolare absidata e sul lato sinistro si apre la cappella dell’Annunciata. La facciata è abbellita da un rosone e ai lati da due archetti ciechi le cui cornici si prolungano fino alla pavimentazione. Entrati in chiesa, si incontra un altare sopra il quale, tra due colonne nere, è posta la “Pietà”, realizzato nel 1585 dal veronese Benedetto Stefani.
Sull’altare maggiore è collocato il famoso dipinto “Pala del Tiziano”, raffigurante S. Marco in cattedra tra i SS. Sebastiano e Rocco. La cappella dell’Annunciata è affrescata da G. Antonio de Sacchis, detto il Pordenone.


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Nell’area verde nei pressi del ponte sul Fiume Tagliamento, a San Michele al Tagliamento, è presente un bunker della Guerra Fredda.

Nell’aprile1949 l’Italia aderì al Patto Atlantico e di conseguenza si pensò di ripristinare le fortificazioni poste su tre linee difensive: il confine iugoslavo, il fiume Isonzo e il Tagliamento. Si procedette alla realizzazione di “fortificazioni permanenti”, in precedenza vietate dal Trattato di Pace del1947.
A partire dal 1950 furono costruite le postazioni di piccola entità, sparse sul territorio, dislocate su vari ordini e adeguate alle nuove esigenze tattiche a difesa degli obbiettivi sensibili. Furono pensate come un complesso stabilmente organizzato di postazioni blindate con un elevato potere d’arresto ed unico comando. Infatti, erano generalmente costituite da un posto comando con osservatorio (PCO), un complesso di postazioni armate con mitragliatrici (M) e postazioni cannone controcarro (P). Il “posto comando ed osservazione” dirigeva la difesa ed era collegato ad un sistema a “ponte radio”.

L’unità destinata a presidiare l’opera era la “compagnia d’arresto”, composta da un comandante, un plotone comando e servizi, costituita da due squadre, un plotone presidio opera, uno di difesa vicina ed un medico. La fortificazione doveva fronteggiare la difesa da truppe motorizzate, corrazzate, aviotrasportate e nuclei sabotatori; in un secondo momento si prevedeva l’avanzata della fanteria meccanica sostenuta da reparti corazzati. Grazie all’interramento, si riduceva considerevolmente la vulnerabilità del personale anche in caso di esplosioni nucleari. Nel tempo la “fortificazione permanente” divenne sempre più vulnerabile per l’aumentata precisione delle armi e per la necessità strategica di maggiore mobilità. La caduta del “Muro di Berlino” e la dissoluzione del Patto di Varsavia fecero venir meno presupposti che l’avevano generata. A partire dal 1991, vennero progressivamente sciolti i reparti d’arresto e le Opere disarmate e dismesse.

“L’opera di fortificazione sistemata sugli argini del fiume Tagliamento”, nel comune di San Michele al Tagliamento, è stata realizzata, alla fine degli anni 60, a difesa del ponte sulla SS 14 e della linea ferroviaria Venezia-Trieste.
Particolarità, è l’unica opera della fanteria d’arresto che si trova della regione Veneto, nonché la più meridionale fra di esse. La linea di difesa si estendeva a nord e a sud dell’argine destro del fiume Tagliamento. L’opera presentava, nella configurazione finale, sei postazioni per mitragliatrice in torretta a quattro feritoie, due postazioni a/c per carro in vasca ed un posto comando-osservazione.

Nell'area del bunker, fino alla Seconda Guerra Mondiale, sorgeva Villa Zuzzi.

La costruzione risale all’anno 1890, a cura dell’Architetto Raimondo D’Aronco di Udine vincitore del concorso per la decorazione della facciata della Prima esposizione italiana di architettura, dove viene esposto anche il progetto della Villa Zuzzi.
Nel 1941 la villa subì una sistemazione ad opera dell’architetto udinese Pietro Zanini, che negli anni Venti aveva lavorato nello studio di D’Aronco.

Durante la seconda guerra mondiale, la sua posizione tra il ponte carrabile e il ponte ferroviario, ritenuti obiettivi strategici dall’aviazione tedesca prima e americana poi, le costano la distruzione: Villa Zuzzi viene bombardata nell’attacco aereo del 19 maggio 1944 che mutila Latisana e rade al suolo San Michele al Tagliamento, oggi San Michele Vecchio. Nella notte del 24 dicembre 1944 cadono ulteriori 4 bombe sui ruderi della Villa, già più volte centrata dai bombardamenti che si susseguono fino al 30 aprile 1945.

Durante la ricostruzione nel dopoguerra, l’area su cui sorgeva Villa Zuzzi diventa marginale e cade in stato di abbandono. Le vicissitudine storiche, le vicende urbanistiche, la ricostruzione di San Michele Vecchio hanno comportato uno stravolgimento del sedime dove era collocato il compendio di Villa Zuzzi, tanto da risultare non più rintracciabile.

Di Villa Zuzzi oggi rimangono superstiti, del cancello di ingresso, una colonna eretta ed un lacerto di colonna sparso sul pendio della collinetta in terra vegetale formatasi durante i lavori di costruzione dei bunker della guerra fredda negli anni ‘ 60, non più collocate nel sedime originario. Si tratta di due manufatti in pietra naturale, listate a bugnato. Dal confronto con le immagini d’epoca le colonne risultano mancanti degli elementi decorativi posti a finitura superiore.

L'area esterna del bunker, che include anche dei pannelli informativi, è sempre visitabile essendo situata in un parco pubblico.
L'area interna è invece visitabile nel corso della visita guidata gratuita all'itinerario storico-culturale "Le Guerre del '900" -> GIOVEDÌ da Giugno a Settembre alle ore 17.00. DOMENICA da Ottobre a Maggio alle ore 10.30.
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: entro le ore 13.00 del mercoledì precedente, presso:
- UFFICIO I.A.T. (Bibione Via Maja 84 – 0431 444846 – iat@comunesanmichele.it)
- UFFICIO TURISMO DEL COMUNE (S. Michele al T. Piazza della Libertà 2 – 0431 516130/133 – turismo@comunesanmichele.it)
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Nasce sulle vestigia di un castrum romano. I vescovi di Concordia lo governano tramite un guastaldo, carica questa attribuita alla famiglia dei Ridolfi, che ha il compito di risiedervi stabilmente, di custodirlo e di difenderlo.
Verso la metà del XVI secolo diviene proprietà dei conti d’Attimis, poi nel XVIII secolo la stessa passa alla famiglia dei conti Freschi di Cucanea.

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In origine la facciata della Chiesa San Biagio è in stile rinascimentale. Nel 1937, tuttavia, la stessa crolla e viene così ricostruita in stile classicheggiante, d’impronta neopalladiana.
L’attuale chiesa in tre navate è ultimata alla fine del secolo scorso e al proprio interno si può incontrare il marmoreo fonte battesimale realizzato da Giovanni Antonio Pilacorte nel 1486 e la pala della crocifissione attribuita a Gregorio Lazzarini. Quest’ultimo è un dipinto di pregevole fattura che rende con grande efficacia la tensione drammatica dell’accadimento.
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L’attuale cattedrale è a tutti gli effetti l’ultima di una serie di cattedrali che sono state edificate nel tempo a Concordia Sagittaria.
La prima risale alla fine del IV secolo ed è distrutta dall’invasione unna del 452. La successiva cattedrale è sommersa da una piena del fiume Lemene a metà del VI secolo. Altre cattedrali sorgono nell’XI e XIV secolo.
L’attuale costruzione risale al 1466, voluta dal vescovo Antonio Feletto. La chiesa è ultimata nel XIX secolo, con la costruzione del coro. All’inizio del Novecento, durante l'episcopato di monsignor Francesco Isola, è costruita l’attuale facciata ed aggiunta la cappella dei Martiri, con la cripta dove si conservano le loro reliquie.
L'esterno della chiesa presenta un paramento murario con mattoni a vista. Al centro della facciata, a salienti, si apre il portale, sormontato dal rosone circolare; in corrispondenza di ciascuna delle due navate laterali vi è una monofora a tutto sesto. Sul fianco della chiesa, sulla destra, vi sono il campanile del XII secolo, alto 28 metri, con due ordini di bifore su ciascuna facciata, e il battistero, a pianta a croce greca con cupoletta.



L'esterno dell'abside, in stile gotico, è decorato da quattro alte bifore. L'interno della cattedrale è a pianta a croce latina con tre navate separate da due file di archi a tutto sesto poggianti su pilastri quadrangolari con semicolonne. Nella cappella dei Martiri, ampliata all'inizio del XX secolo dal futuro cardinale Celso Benigno Luigi Costantini, vi è una pala di Alessandro Varotari detto il Padovanino.









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L’origine della Chiesa parrocchiale di San Vitale è quattrocentesca ma viene ricostruita nel XVII secolo e ristrutturata nel 1946. Nel restauro del 1763 è aggiunta una cuspide ottagonale, sormontata da pinnacolo.
All’interno è conservato un monumentale altar maggiore, a struttura architravata con soffitto a cassettoni, timpano e nicchie laterali, opera del lapicida Rinaldo da Portogruaro.
Nel paliotto sono rappresentati a bassorilievo Cristo e due angeli in movimento simmetrico. Nell’altare in origine vi è la pala di San Vitale, con ogni probabilità copia sostituita all’originale.
La Torre Campanaria è del ‘500, sorta molto probabilmente su una precedente torre castrense.
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